L’Angelo che non dormiva


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L ‘Angelo che non dormiva

Qualche volta il Signore s’addormenta. Non tutte le sere, come noi, ma qualche volta capita anche a Lui. Si sdraia su una nuvola e dorme…
Naturalmente nessuno l’ha mai visto, ma basta guardare il cielo per accorgersene. Se non vedete nemmeno una stella, se la luna tramonta subito o non si fa vedere, se la notte è così scura che sembra una macchia d’inchiostro nero che vi cola addosso, se il vento si ferma e l’aria non respira; se tutto è immobile e buio, vuol dire che il Signore s’è addormentato.

Fortuna che gli capita di rado, perché, quando Lui dorme, in cielo dormono tutti, per non disturbarlo. Anche gli angeli, e sulla terra gli uomini diventano più cattivi e gli animali più feroci. Ma il sonno del Signore è così breve che dura un battito di ciglia: chiudete gli occhi e Lui s’è già svegliato. Ora, quando il Signore s’addormenta, s’addormentano anche gli angeli.

Quelli che suonano restano con gli strumenti sollevati, la tromba in bocca, la guancia sul violino; quelli che raccolgono i messaggi si fermano nell’ aria; quelli che cantano le lodi rimangono a bocca aperta. I più fortunati sono quelli che custodiscono i bambini: appoggiano la testa sul cuscino, se i bambini dormono, o sulla loro spalla. E i bambini sorridono nel sonno o sospirano, perché si sentono felici. C’era un angelo, però, che non riusciva a dormire. Era uno di quelli che stanno attorno alla testa del Signore e gli fanno corona: sono gli angeli più piccoli e leggeri, con le ali d’oro puro, che emanano una grande luce.

Quando il Signore s’addormenta, questi angeli nascondono la testa sotto un’ ala e dormono così; che non è una posizione proprio comoda. Forse per questo al piccolo angelo non piaceva dormire. Ma la ragione vera era forse un’ altra: quando metteva la testa sotto l’ala, le piume d’oro gli facevano un terribile solletico e invece di dormire, a lui veniva voglia di ridere. Con il Signore che dormiva sulla nuvola, con tutto il cielo addormentato, in un silenzio così profondo che non si può nemmeno raccontare, il piccolo angelo si stringeva il naso disperatamente per non scoppiare in una risata. Una cosa molto imbarazzante!

E una volta proprio non ce la fece. Le piume sembravano farlo apposta: gli pizzicavano la nuca, gli solleticavano le orecchie, gli tormentavano la punta del naso. Il piccolo angelo stringeva le narici, forte, sempre più forte, e la risata dentro di lui cresceva, cresceva. Era arrivata ormai alla gola. Allora, prima di combinare il disastro, liberò la testa dall’ala, fece una capriola all’indietro e si tuffò nel vuoto. Giusto in tempo! Mentre precipitava in basso la risata uscì, lunga lunga quanto la sua caduta. La udì un uomo che stava affacciato a una finestra, all’ultimo piano di un palazzo. Era notte fonda e quest’uomo non trovava pace. Pensava di essere solo al mondo, di non servire a nessuno. In quel momento l’angelo gli passò davanti e lui udì la sua risata. Ma non ne vide la luce. La luce la vide una gazzella che era andata ad abbeverarsi a una pozza d’acqua, nella savana africana. Era” buio pesto e la gazzella era divorata dalla sete. Stava per bere nella pozza, quando la luce la illuminò e lei balzò via.